Mi è tornata alla mente un episodio della mia vita da scout: un’animata discussione su cosa si intendesse per “carità”. Era un periodo in cui ci si interrogava sul significato dei grandi valori della vita - qualcuno adesso parlerebbe di “seghe mentali” - e la carità era uno di questi; c’era chi la associava al concetto di Amore, chi sosteneva che avesse lo stesso significato di Solidarietà e chi pensava che fosse una cosa diversa, senza sapere come mai.
Una cosa me la ricordo bene: tutti eravamo d’accordo sul fatto che la Carità (nel senso più alto del termine) riguarda il rispetto delle persone, l’ascoltare i bisogni di se stessi e degli altri, senza voler imporre una soluzione standard a tutti i problemi. Il concetto opposto all’elemosina insomma, intesa come “ti do un po’ di soldi e mi metto la coscienza a posto”.
E’ curioso che questi pensieri mi siano tornati in testa leggendo un articolo sulla nuova Social Card di cui Sacconi e Tremonti sembrano andare così fieri.
Se ho capito bene, è una specie di carta di credito per i più “svantaggiati” le cui spese saranno addebitate allo Stato (cioè a tutti i cittadini) e che ogni mese verrà ricaricata di 40 euro: poco più di un euro al giorno. Grazie a questa carta miracolosa, quindi, i genitori (anzi, un genitore solo) di bambini piccoli potranno comprarsi un caffè al giorno, così da poter vegliare - a turno - sulla prole. Gli over-65 potranno comprarsi i pop-corn al cinema, per il quale godono già di uno sconto.
Inoltre tale carta non è nominale, quindi sarebbe facilissimo chiederla “in prestito” al nonno per poi riutilizzarla altrimenti.
La spesa stimata per questo caritatevole dono è di 450 milioni di euro all’anno: una cifra di tutto rispetto, che potrebbe essere investita ad esempio in strutture sociali durevoli, anziché in bonus una tantum.
Insomma, mi pare proprio che ancora una volta la politica sociale in Italia sia più simile a una banale elemosina (pure magra) che non alla tanto decantata “carità cristiana”.
In fondo è la cultura dell’elemosina che pervade la vita degli Italiani: se trovi un lavoro a tempo determinato e sottopagato, molto probabilmente dovrai ringraziare qualcuno; devi ringraziare se ti arrivano quaranta euro al mese perché non avrai uno straccio di pensione; devi ringraziare pure se un’automobilista ti lascia attraversare sulle strisce. Non ci sono più diritti, solamente concessioni per cui bisogna solo ringraziare e poi starsene zitti. E tutti dipendono da qualcuno, tutti aspettano il cambiamento che ovviamente non arriverà… finché lo si aspetta.
Ma passiamo alle belle notizie
Ieri Bristol è stata eletta Città Europea dell’anno dalla Academy of Urbanism. Come scrive l’Evening Post, la città si è distinta tra le altre cose per “la superba qualità della vita”, una cultura vibrante e cosmopolita, attenzione all’ecologia (sarà vero?) e disponibilità di ampi spazi verdi, un’economia cittadina forte e dinamica, buoni trasporti (su questo avrei molto da ridire!).
Mi viene da dire “che culo!”, con tutti i posti che ci sono al mondo siamo capitati proprio qui. Ovviamente non è tutto oro - i trasporti fanno veramente schifo - ma fa piacere sapere che, almeno per l’accademia dell’urbanistica inglese, viviamo nella migliore città dell’Inghilterra
Le parole possono modificare la percezione della realtà, non la realtà stessa; comprendere quale sia la reale situazione - e scegliere di conseguenza - è solo una questione di consapevolezza.
Ad esempio, i giornali di mezzo mondo dicono che siamo in crisi.
Crisi… crisi… strana parola: un tempo di difficoltà e pericoli, ma del resto quando è che non incorriamo in difficoltà e pericoli ogni giorno?
In cinese, “crisi” si dice weiji. Il primo carattere - wei - significa “rischio”; il secondo carattere - ji - significa “opportunità”. Un momento di crisi è visto come un’opportunità in cui il pericolo è presente, ma rappresenta solamente un potenziale esito delle nostre scelte, non una certezza.
E del resto, quali scelte sono prive di rischio?
E’ interessante notare che è la parola wei (rischio) che caratterizza ji (opportunità) - in cinese l’aggettivo precede il nome a cui si riferisce, come in inglese insomma. L’aspetto principale è l’opportunità, non il rischio.
Una crisi è quindi - e soprattutto - un’opportunità.
Non solamente per le banche e per i vertici della finanza (che sicuramente avranno modo di guadagnare da questa situazione), ma anche per i comuni mortali.
Ad esempio, qui in Inghilterra i prezzi delle case sono crollati, i negozi fanno continuamente saldi e al supermercato ci sono sempre offerte; inoltre lo stato ha abbassato le tasse (e sta pianificando un’ulteriore riduzione).
Se al telegiornale utilizzassero questa parola - “opportunità” - anziché l’inflazionata “crisi”, anche la coscienza delle persone cambierebbe… e chissà che non possa essere la spinta all’economia che tutti stanno aspettando chissà da dove.
Nel frattempo, ogni volta che incappiamo in una crisi, possiamo tradurla nella nostra testa con “opportunità” e vedere cosa succede
I silenzi scandiscono i suoni
Gli spazi definiscono gli oggetti
I momenti tristi creano momenti felici
Tutto infine è transitorio: il profitto e l’utilità.
Trenta raggi si uniscono in un mozzo: nel suo vuoto sta l’utilità del carro.
Si cuoce l’argilla per fare un vaso: nel suo vuoto sta l’utilità del vaso.
Si forano porte e finestre per fare una casa: nel suo vuoto sta l’utilità della casa.
Perciò dal pieno viene il profitto, dal vuoto viene l’utilità.
(Daodejing, XI)
Sono iniziati i corsi universitari. Le strade del mattino sono uno slalom di studenti e biciclette, compresa la mia. Il quartiere universitario si è fatto bello, con cartelli nuovi di zecca che indicano i vari dipartimenti, facoltà e aule, e la Student Union vende piante da appartamento e poster a poco prezzo.
Studiare è un investimento per il futuro - ho sentito dire - e in effetti una volta laureata, una persona dovrebbe trovare un lavoro, cosa non del tutto scontata in certi Paesi… Quello che è certo e immediato è il guadagno di una città universitaria: l’ateneo aumenta l’offerta didattica per creare nuove cattedre (almeno in Italia, qui non so), i proprietari affittano delle vecchie case malandate per somme di tutto rispetto, i bar si affollano, le strade riprendono vita dopo l’esodo estivo.
Molti negozi fanno offerte speciali per studenti, ad esempio un barbiere in Park Street regala una birra per ogni taglio di capelli; anche le chiese protestanti non stanno a guardare e si gettano nella corsa allo studente sostituendo nella bacheca i consueti “consigli per la meditazione” con veri e propri messaggi accalappia-cristiani.
Sarà che sono stato anche io un “pollo da spennare” - e in altri ambiti lo sono ancora - ma tutto questo business della cultura in qualche modo mi dà un senso di spensieratezza: la leggerezza delle matricole che studiano ma con moderazione, per non perdersi il gusto di vivere in un’altra città, in una casa nuova, con dei tempi non più scanditi. Mi piace assaporare l’aria piena di buoni propositi, e mi rivedo a sforzarmi di trovare un senso all’esame di Geometria e Algebra mentre fuori c’è il sole e una città tutta da scoprire… e suona quanto meno ironico sentirsi dire che “lo studio rende liberi”!
Pochi giorni fa nel sud dell’Inghilterra hanno rinvenuto il punto in cui approdarono i Romani per invadere l’isola. Un articolo sul Corriere riporta alcuni estratti di un’intervista ad un qualche luminare uscita sul Times, che non posso fare a meno di commentare con un pizzico di ironia.
Ma se non fosse stato per romani - continua il ‘Times’ - avremmo tutti i capelli rossi e parleremmo gallese…
Almeno sarebbe stata una lingua vera e propria, non un’accozzaglia di regole di cui il 50% sono eccezioni.
…berremmo birra invece che vino…
Forse l’intervistato non è solito uscire di casa dopo le 17:30…
…probabilmente avremmo dovuto aspettare 16 secoli in più per avere l’acqua calda, i gabinetti a sifone e il riscaldamento…
Gli inglesi sono così contenti di avere l’acqua calda che la tengono accuratamente separata da quella fredda. I gabinetti a sifone sono una bella cosa, ma al passo successivo (il bidet) non ci sono ancora arrivati e in generale, pur avendo un ottimo rapporto con l’acqua che cade dal cielo, non sembrano apprezzare allo stesso modo quella che esce dalla doccia.
…e le nostre strade sarebbero rimaste per la maggior parte inglesi. Ovvero a zig zag…
Autostrade a parte, le strade sono più simili a tratturi di montagna: le dimensioni sono rimaste le stesse dei carri romani. Però è vero che non sono a zig zag.
…senza contare che, se Roma avesse fallito, l’inglese oggi sarebbe una sorta di olandese al quadrato dove luglio si dice ‘Hooy-Maand»
A parte il fatto che il gallese non dovrebbe essere così difficile come un olandese al quadrato, sarebbe molto più divertente andare in ferie in “Hooy-Maand “piuttosto che in July… fa più allegria
Morale della favola, se i Romani se ne fossero stati a casa propria sarebbe stato meglio per tutti.
Ma veniamo alla famosa bevanda che - secondo l’emerito intervistato - i Romani hanno debellato da questa terra: la birra.
Fortunatamente alcuni riti celtici sono sopravvissuti alla civilizzazione di Cesare, e tra questi c’è l’ancestrale “Rito della Guinness”, che viene consumato quotidianamente a The Grapes (il pub in cui suono) da un sacerdote di nome R. Il suddetto reverendo inizia il rito chiedendo una pinta di nettare divino (la Guinness appunto) e aspetta che il calice sia riempito fino alla seconda tacca; a questo punto consegna del denaro all’ancella (probabilmente un antico gesto propiziatorio) e attende che costei riempia il calice fino all’orlo. Il sacerdote inizia quindi a meditare profondamente, talvolta esce fuori dal tempio, fino a quando anche l’ultima insignificante bollicina non si sia ricongiunta con le altre a formare una morbida schiuma bianca nettamente separata dal liquido scuro: molti antropologi interpretano questa parte del rito come un riferimento all’ascesa dell’anima umana. Il sacerdote può a questo punto assaporare il nettare taumaturgico - un chiaro rimando alla mistica comunione con la divinità pagana - fino a svuotare il calice quasi completamente. Quando rimangono solo pochi sorsi di bevanda, ne richiede un’altra: la quantità residua servirà per meditare durante l’attesa della prossima birra.
Eccomi in ritardo di un paio di settimane con l’aggiornamento del blog: a volte l’ispirazione fatica ad arrivare, nonostante le cose da raccontare non manchino.
Il fine settimana… di due settimane fa… non era un weekend qualunque, bensì l’Open Doors Day (hai capito!) in cui era possibile visitare molti posti della città normalmente chiusi al pubblico.
Abbiamo fatto la prima tappa alle Redcliffe Caves, le miniere da cui estraevano la sabbia per il vetro blu di Bristol, prodotto in loco sin dal XVII Secolo. Francamente non è rimasto molto da vedere, ma è stato interessante conoscere la storia di quel posto e di ciò che vi gravitava attorno. Abbiamo continuato la visita ad un paio di chiese, una delle quali è l’edificio più antico di Bristol rimasto in piedi nonostante i bombardamenti, e il giorno successivo ci siamo concessi un tè nella sala dell’antico municipio, con tanto di foto della regina e Union Jack… very british!
Purtroppo anche i giorni speciali sono scanditi dagli implacabili orari inglesi: alle 16:00 in punto le visite terminavano, e così ci siamo riportati a casa un discreto elenco di altri luoghi interessanti per l’anno prossimo.
Lo scorso fine settimana è stato veramente strepitoso: sotto un cielo azzurro e sgombro da nuvole si agitavano migliaia di persone, eccitate dal Bristol Festival. Oltre le bancarelle e il palco, la tecnologica Millenium Square era gremita di bambini urlanti che sguazzavano nell’acqua delle fontane, mentre un DJ non troppo convinto cercava di fare il comunque suo mestiere nonostante il ritmo frenetico, ossessivo e coinvolgente dei Bristol Samba… curioso vedere come i suoni sintetici della tecnologia non possano competere neanche lontanamente con i bassi viscerali del surdo e i ritmi che forse ci portiamo dentro da sempre.
La fine dell’estate ci ha regalato delle magnifiche giornate di sole. I colori della città si sono accesi regalando alle rive dell’Avon un fascino intimo e festoso insieme: una birra seduti davanti all’acqua, dietro di noi le vampe degli alberi infuocati di sole e d’autunno, sull’altra sponda le casette colorate che aspettano in fila, pazientemente.
Un’altra bella sorpresa è arrivata dentro l’email scritta da un’amica che non sentivo da diciassette anni (mese più, mese meno). Ha trovato il mio nome in rete e mi ha ricontattato, facendomi un enorme piacere: grazie Ester!
E adesso il dilemma del secolo: la pronuncia della lingua inglese. Cavolo, anni di inglese a scuola per poi scoprire che gli inglesi non sanno scrivere ciò che dicono e non sanno pronunciare ciò che scrivono!!! Due esempi per tutti: le parole queue, cue e kew si pronunciano esattamente allo stesso modo: “chiù”. Il verbo to read si legge “riid” se è al presente, ma “red” se è al passato… solo che si scrive allo stesso modo. Non esistono regole fonetiche esatte e anche loro sbagliano molto spesso… alla faccia di chi sostiene che l’inglese è una lingua semplice!